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Il JRS visto da Alberto Muciaccia PDF Stampa E-mail
Mai come oggi credo che gli operatori dell'immagine debbano interrogarsi di continuo, e rispondere, sul senso delle proprie esperienze. A me, che pure sono fotografo, interessa sempre più capire i condizionamenti tecnologici o psicologici che seguono le nostre fatiche narrative

6 aprile - 27 maggio 2006 

Sentire con gli occhi.

L'arte della Compagnia di Gesù.

Annuncio di fede e promozione della giustizia 
 

Testo in catalogo di:

Cesare Colombo interroga Alberto (per e-mail) 

Il JRS visto da Alberto Muciaccia 

Cesare Colombo Mai come oggi credo che gli operatori dell'immagine debbano interrogarsi di continuo, e rispondere, sul senso delle proprie esperienze. A me, che pure sono fotografo, interessa sempre più capire i condizionamenti tecnologici o psicologici che seguono le nostre fatiche narrative, o magari creative. E poi mi interrogo sull'ampiezza dei significati che attraverso un'immagine lega noi e i destinatari, i fruitori finali delle nostre inquadrature. La fotografia continua ad aver bisogno di codici - talvolta in verità molto complessi - che permettono ai messaggi di arrivare, superando il rumore di fondo dei pregiudizi, delle convenzioni visive più banali, dei malintesi. L'ambiente del Centro Astalli, pervaso da una astratta pulizia 'ospedaliera' è un simbolo visivo evidentissimo. Ci appare come una sorta di porto o ricovero estremo, dove noi non vediamo l'odissea di una fuga... ma di cui immaginiamo la drammaticità. Si può dire che sono i valori di 'chiusura', le ombre sofferte di questi spazi, ad offrirci una metafora tonale di quel che noi non vediamo, ma sappiamo. Una scelta voluta, questa tua, o inconscia? 

Alberto Muciaccia Quando sono entrato in contatto con le due realtà incontrate, ciò che ho voluto raccontare è stata una sorta di astrazione. E in questa astrazione ho provato ugualmente disagio, perché avevo voglia di conoscere e verificare in modo diretto le storie che avevo davanti. Ma il mio peccato era quello di essere comunque dall'altra parte…

Vengo ora alla tua prima domanda. Hai ragione, Io volevo che si immaginasse questa drammaticità. Forse è l'unica scelta consapevole e l'ho maturata dalla prima visita al centro Astalli. Alle quindici e trenta, pieno centro di Roma: edificio storico, impalcature di restauro, coda di africani sotto le impalcature in attesa, ingresso di servizio su strada, piccolo atrio con box di accoglienza e assegnazione del ticket per l'accesso, scale che portano sottoterra in un piccolo vano di attesa per il bagno. Sulla destra, lunghissimo corridoio stretto con tavoli, sedie e rivestimenti da ospedale. Mi sembrava di rientrare - sulle orme della storica indagine sui manicomi del 1961 di Carla Cerati - in un luogo che trasudava disagio. Stanze vuote con gli stessi arredi ma con i muri scrostati che si affacciano sul corridoio e la luce fredda e anonima dei neon, non tutti accesi.  

CC Dunque tu riveli, attraverso le tue inquadrature, anche i tuoi disagi. Come spesso ci accade, i guai degli altri portano allo scoperto le nostre contraddizioni. Il nostro obiettivo ci sembra allora un'arma spuntata. Sembra che non riesca a dar voce alle nostre alternative. Ma tu avanzi comunque nell'ombra. Volti e corpi oscuri, senza nome. Un'attesa opaca, ciò che noi definiamo con fastidio i tempi morti. Esattamente il contrario dei ritratti, della restituzione di un carattere, di una Persona attraverso la propria cosciente rappresentazione. Perchè hai rinunciato a cogliere dei veri ritratti? 

AM Ho rinunciato, è vero, ma è stata una scelta imposta dal rispetto immediato che ho provato nel guardare quei volti… e nel sapere, in seguito, che molti temono che le immagini, magari vaganti su internet, possano dare problemi ai familiari nei paesi d'origine. Addirittura segnare la loro condanna. Che fare? Il fotografo 'umanitario' che si interessa alle singole storie e cerca di far parlare e raccontare, di carpire fiducia e poi tornare a casa con il bel ritratto di somalo o sudanese? Sono tornato al Centro più volte cercando di osservare e rubare qualche immagine, tenendo la macchina bassa e senza inquadrare con precisione. Per restituire quella 'metafora tonale' (proprio perché non doveva ritrarre singoli ma l'insieme) di cui tu parli. Poi, visto che alcune immagini con questa tecnica non riuscivo a ottenerle, ho chiesto a un'amica somala di aiutarmi con alcuni suoi amici. Ho cercato di 'ricostruire' le immagini che più mi avevano colpito: e un esempio è la foto del somalo seduto faccia al muro in una delle salette di mensa.  

CC È duro ammetterlo, ma è così. Talvolta riconosciamo di colpo il senso possibile di un'inquadratura; ma il brusio di altri segnali secondari ce lo disperde prima di deciderci allo scatto. Oppure si scatta sapendo che ben poco sarà evidente, domani, a chi guarderà la nostra copia stampata. Tu hai reagito, ritoccando - in certo senso - la scena reale. Hai ripetuto il clima con altri interpreti, che recitassero una parte drammatica senza temerne le conseguenze. Hai fatto bene, ma qualcuno ne discuterà, vedrai.

Ora procediamo, oltre l'oscurità. È proprio una situazione opposta, quella dei bambini del Centro Arrupe. È la luce stavolta (un tipico mattino italiano di sole) che sembra percorrere in modo vitale altre stanze, pur disadorne, modeste. La vitalità istintiva dei primi anni di vita è irrefrenabile... eppure qui appare frenata. Già pervasa di una precoce serietà. I sorrisi sono avvolti da brevi onde di amarezza. Sono apparsi così anche a te, nel mirino, questi piccoli-adulti? 

AM E' proprio l'immagine che avevo d avanti a me: piccoli adulti. Qui è stato sicuramente più facile. Mi è bastato andarci due volte e restare presente alle attività svolte, cercando di non rimanere sempre in piedi, ma anche di sedermi, tra loro e i volontari. Per raccontare quei volti che gioiscono degli affetti e delle attenzioni ricevute, ma conservano nello sguardo spezzoni di vita già vissuta… dove per "vissuto" io intendo aver visto con i propri occhi o attraverso quelli delle madri. E proprio loro, le madri, mi hanno permesso di lavorare meglio e senza tanti problemi, perché il Centro Arrupe è una casa famiglia dove le fortunate persone che soggiornano si sentono ormai in una situazione protetta e quindi più disponibili. 

CC In effetti le dinamiche affettive tra le madri e i figli appaiono come un universo decifrabile con immediatezza, con una carica ideale che sembra univoca… E tuttavia nell'apparenza visiva degli esseri umani si affollano sempre anche segnali ambigui, e sentimenti indecifrati e indecifrabili. Un fotografo autore, come te, cerca di scoprire o evidenziare i simboli ottici di uno stato d'animo. Attraverso gesti, sguardi, movenze che improvvisamente potrebbero rivelare il mistero umano, o almeno una sua piccola frazione… Io so che in questi anni i tuoi lavori più conosciuti hanno riguardato l'architettura, gli spazi enormi che invadono il nostro territorio. Per concludere la nostra conversazione a distanza, puoi svelarmi invece qualcosa a proposito dei tuoi dilemmi, in generale, quando sei alle prese con la gente, con l'indagine sociale?  

AM Penso che essere fotografo voglia dire avere una passione, un bisogno di raccontare con le immagini le proprie personali "vedute" al di là delle parole. Quando ho iniziato (primi anni Settanta) ero convinto che l'unica fotografia possibile fosse quella del reportage, perchè era nella natura stessa della fotografia. E perché il suo fine è quello editoriale; deve trasmettere una grande opportunità, quella di far conoscere il mondo nella sua integrità, senza trucchi. E poi la fotografia mi pareva legata al bisogno di documentare le ingiustizie nella società. Sono sempre rimasto legato a questa definizione della fotografia senza mai praticarla - se non in rarissime occasioni professionali - talvolta addirittura rifugiandomi nell'intimo involucro della mia camera oscura. Ho cercato di lavorare nei settori che più corrispondevano al mio carattere. Ma non ho mai smesso di sfidare me stesso. E in fondo l'ho fatto anche stavolta, accettando questo incarico.

 
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