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Popoli reportage PDF Stampa E-mail
Nell'archivio storico dell'attuale mensile internazionale Popoli si trovano migliaia di immagini che documentano l'opera delle missioni dei gesuiti in Asia, a partire dai primi del Novecento fino agli anni Cinquanta-Sessanta.

6 aprile - 27 maggio 2006 

Sentire con gli occhi.

L'arte della Compagnia di Gesù.

Annuncio di fede e promozione della giustizia 
 

Testo in catalogo di:

Gigliola Foschi

storico e critico della fotografia  

Popoli reportage

Nell'archivio storico dell'attuale mensile internazionale Popoli si trovano migliaia di immagini che documentano l'opera delle missioni dei gesuiti in Asia, a partire dai primi del Novecento fino agli anni Cinquanta-Sessanta. Popoli comincia infatti il suo cammino nel 1915, anno in cui padre Giuseppe Petazzi avviò la pubblicazione del mensile, il cui titolo originario era Le Missioni della Compagnia di Gesù. Da questo archivio non emergono però grandi figure di gesuiti-fotografi, tanto che i nomi di chi ha scattato le immagini non compaiono quasi mai. Nessuno sembra infatti essersi impegnato a divenire un missionario-fotografo, come aveva fatto nei primi del Novecento padre Leone Nani (inviato in Cina dal Pontificio Istituto Missioni Estere), a cui si devono circa 640 pregevoli lastre dedicate allo Shaanxi meridionale1.

Spesso di buon livello estetico, ma soprattutto protese a raccontare, testimoniare e documentare, le fotografie di questo archivio storico riescono ciò non di meno a imporsi come una precisa testimonianza dell'evolversi dello stile fotografico in relazione ai cambiamenti degli intenti e dell'operato dei missionari in Oriente. La più antica immagine presente nell'archivio, risalente al 1915, mostra, ad esempio, un padre gesuita ritratto con una tipica impostazione da studio fotografico: postura statica e composta, sguardo fisso in macchina e fondale neutro. Proprio tale assetto fotografico classico sottolinea per contrasto sia la posa tipicamente cinese assunta dal padre gesuita - seduto e con le mani raccolte in grembo - sia la stranezza del suo copricapo anch'esso di stile cinese ma con simboli cristiani (per l'esattezza si tratta dello jijin, il copricapo usato in Cina, fino al 1924, dai sacerdoti cattolici durante le cerimonie liturgiche). L'immagine dunque, pur ripetendo gli stilemi fotografici propri dell'epoca, ci racconta con precisione come i missionari, per avvicinarsi al popolo che intendevano convertire e aiutare, tendessero ad adottare i costumi locali fino quasi a mimetizzarsi.

Il desiderio di partecipare alla vita e ai problemi della popolazioni raggiunte dalle missioni si rivela ancor più chiaramente in un'immagine del 1962, che ritrae padre Pierre Ceyrac in un villaggio nei pressi di Madras, in India. Qui, grazie a uno stile fotografico partecipato e vicino al reportage moderno, si avverte immediatamente la relazione d'amore e di fiducia che lega padre Ceyrac ai bambini e alla gente del posto. Il missionario non appare più tanto come colui che va a convertire, ma come un servo di Dio che ama e aiuta il prossimo, che sa essere un umile tra gli umili, pronto ad ascoltare i problemi della gente. La dicitura posta dietro l'immagine dichiara infatti: «Padre Ceyrac dagli slums di Madras ha spostato 450 famiglie a una nuova vita in un villaggio costruito di recente».

Se varie immagini sono prive di spiegazioni (tanto che a volte diventa difficile risalire all'anno e al luogo di provenienza), molte altre sono dotate di sintetiche legende descrittive che sarebbe riduttivo definire didascalie. Si tratta, infatti, di testi veri e propri che, pur nella loro brevità, riescono a comunicare - non solo con intenti esplicativi, ma a volte anche in modo scherzoso - tutte quelle informazioni che l'immagine, da sola, non riuscirebbe a fornire. In una fotografia si vede, ad esempio, l'arcivescovo di Ranchi, Mgr Kerketta, durante una festa parrocchiale: «India, L'arcivescovo di Ranchi, Mgr Kerketta, al centro dei cristiani di Torpa, durante la festa parrocchiale. I gesuiti belgi arrivarono a Gota Chota Nagpur durante il XIX secolo. Il padre Constant Lievenson si stabilì a Torpa nel 1885, difese gli Adivasis (tribali) contro lo sfruttamento e gli abusi di cui erano oggetto e mise in moto un movimento di conversione delle masse. I tribali si ribellarono contro le tasse e la perdita delle loro terre. Quando i missionari si accorsero di questo inganno, si misero a studiare il sistema Adivasi e a difendere la loro sicurezza. Allora i tribali si convertirono». Poche righe, dunque, che però, abbinate all'immagine, fanno capire come una festa fosse la manifestazione della vicinanza dei missionari alle caste più umili. Segno dell'impegno della missione rivolta alla difesa dei diritti dei più deboli.

Ciò che importa maggiormente a questi gesuiti giornalisti e fotografi è mostrare i frutti concreti della presenza missionaria, tanto che in moltissime immagini si vedono scuole in costruzione o frequentate da torme di bambini, orfanotrofi, dispensari, chiese e cerimonie religiose. Oltre a queste immagini per così dire ufficiali, realizzate proprio per essere pubblicate sul mensile dei Gesuiti, ne esistono però altre, forse più private, dove i missionari si sono ritratti l'un l'altro in quelle che paiono essere situazioni di disagio, come guadare un fiume per visitare i fedeli oppure doversi malamente lavare in una tenda eretta presso un povero villaggio indiano. Ebbene, in queste immagini non si nota mai un viso corrucciato: tutti sorridono come se disagi di tal fatta non fossero altro che un'allegra avventura, un'occasione di letizia. Sorretti dalla fede e dal desiderio di aiutare gli altri, questi gesuiti sembrano animati dallo stesso spirito di un loro predecessore, un novizio del Seicento, che alla sola prospettiva di essere destinato alle Indie, sentiva «tanta consolazione et allegreza che mai al mondo si ricorda haversi havuta una simile»2. 

 
 
 
 
 
 
 
 

1.  Cina perduta, nelle fotografie di Leone Nani, Skira, Milano, 2003

    2.  Memoriale di Juseppi Coculla del 13 luglio 1602, in: Gian Carlo Roscioni, Il desiderio delle Indie - Storie, sogni e fughe di giovani gesuiti italiani, Einaudi, Torino, 2001, p. 122

 
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