6 aprile - 27 maggio 2006
Sentire con gli occhi.
L'arte della Compagnia di Gesù.
Annuncio di fede e promozione della giustizia
La missione della Compagnia di Gesù nel mondo contemporaneo.
Un viaggio alla ricerca di Dio.
Testo in catalogo di:
Stefano Titta S.I., Cappellano dell'Università di Bari
Dire cosa è la missione della Compagnia di Gesù nel nostro tempo è cosa assai difficile e, per certi versi, impossibile. Come pretendere di sintetizzare in poche parole il lavoro di migliaia di gesuiti sparsi in tutte le parti del mondo che si impegnano e lottano per annunciare la buona notizia, che Dio è morto e risorto per amore dell'uomo?
Ci occupiamo di educazione nelle grandi Università e nelle scuole popolari, della formazione dei laici e del clero, di ecologia, del servizio dei profughi e di musica sacra, ci sono le grandi istituzioni, basti pensare alla Specola Vaticana o all'Università Gregoriana, alle riviste La Civiltà Cattolica, America o Aggiornamenti Sociali o ancora Popoli, accanto al servizio reso ai bambini di strada di Bucarest o di Rio de Janeiro. I gesuiti lavorano nell'accompagnamento personale e negli esercizi spirituali, nel mondo giovanile e nelle comunicazioni sociali, nel dialogo interreligioso e nell'esegesi biblica, nella lotta al sottosviluppo e alle malattie come l'AIDS. Una realtà variegata e diversificata, secondo lo stile dello stesso Ignazio che accanto al Collegio Romano, dove si formavano non solo i gesuiti del tempo, aveva pensato la realtà di Santa Marta, impegnata nell'aiutare le prostitute a lasciare la strada e cambiar vita… e che gli procurò ben più problemi della prestigiosa realtà accademica! Ignazio, grande mistico che sapeva apprezzare le qualità personali e naturali che fossero messe al servizio del bene o della maggior gloria di Dio: ascesi e amore per il bello, cultura e umiltà, alta speculazione e servizio concreto, flessibilità pratica e discernimento, alcune delle sue caratteristiche che vorremmo fossero anche nostre.
Gli anniversari ignaziano, saveriano e favriano, che costituiscono la ragione di questo anno giubilare, ci permettono - tuttavia - di riflettere su alcuni aspetti di questo impegno per la promozione dell'uomo in tutti i suoi aspetti così come i gesuiti lo vivono e lo sentono oggi.
Evidentemente nella nostra storia quasi cinquecentenaria, la Compagnia ha elaborato tanti documenti, antichi e recenti per parlare di se stessa, per definirsi, per trovare quell'orizzonte di significati comuni che permettono ai gesuiti di riconoscersi come compagni di Gesù in ogni parte del mondo, nei più diversi impegni, nella straordinaria varietà delle lingue e delle culture.
Qualche tempo fa il Padre Generale, Peter-Hans Kolvenbach affermava:
Vi sono almeno tre aspetti della missione della Compagnia che sono stati sviluppati durante questi ultimi venti anni, anche su richiesta del papa Giovanni Paolo II. Prima fra tutte la missione di colmare il divario crescente tra vangelo e la cultura del nostro tempo. La missione della Compagnia nel suo servizio del Cristo crocifisso e risorto è diretta verso tutti i mezzi di educazione, di formazione spirituale e pastorale, mediante i quali il Cristo e la sua Chiesa fanno sentire la loro presenza nella diversità delle esperienze culturali umane, così che ciò che scaturisce dal cuore di una cultura moderna conduca questa verso il Regno. La missione nei confronti della cultura è accompagnata da una missione che assume l'amore di Cristo che annuncia la buona novella ai poveri, denunciando le ingiustizie nei loro confronti. Questo amore preferenziale per i poveri, emarginati, rifugiati è divenuto nel nome di Cristo una parte integrante nel nostro lavoro pastorale ed educativo, nei centri sociali e nelle forme dell'inserimento tra i poveri. Il terzo aspetto si è sviluppato anche perché animato e incoraggiato dall'esempio stesso di Giovanni Paolo II nelle sue aperture e nei suoi incontri sia con le religioni non cristiane che con i credenti non cattolici. Questo aspetto implica il dialogo degli scambi teologici, in cui i gesuiti specializzati cercano con molti altri di approfondire le loro rispettive eredità religiose, ma soprattutto riguarda il dialogo della vita in cui le persone di buona volontà si sforzano di costruire insieme, ciascuno partendo dalla propria fede o convinzione, un mondo più giusto, in uno spirito di apertura, di collaborazione e di buon vicinato. Vivendo questi tre aspetti noi non vogliamo che essere i continuatori della missione del Cristo vissuta qui e ora.
È importante notare come i tre compagni, che celebriamo in questo Giubileo, abbiano tutti vissuto queste diverse dimensioni nel loro apostolato. Certamente né Ignazio, né Saverio, né Favre parlavano di dialogo interreligioso o di opzione preferenziale per i poveri. Tuttavia il loro ministero, che fosse in India o in Germania o presso palazzi romani, rivela quel filo tenace che si chiama carisma e che ci unisce a questi campioni e, nello stesso tempo, ci costringe a renderci conto della lentezza e delle difficoltà con cui portiamo avanti la comune missione.
Non si tratta di realizzare una nostra idea di apostolato, ma di mettersi al servizio della missione di Cristo, come inizia il decreto 2 della Congregazione Generale 34°, ultima in ordine di tempo, tenutasi a Roma nel 1995: Servitori della missione di Cristo. Considerando come Dio fatica e opera per noi a somiglianza di uno che lavora (Es. 236), come scrive Ignazio negli Esercizi Spirituali, i gesuiti desiderano inserirsi nel modo con cui Dio opera nella storia. Ignazio desidera che «la divina e somma Maestà si serva di questa minima Compagnia» (Cost. {190}), che Dio sia veramente ed esistenzialmente servito per primo in tutto il nostro modo di vivere la nostra vocazione.
Colmare il divario crescente tra vangelo e la cultura del nostro tempo
Il rapporto tra cultura e Vangelo costituisce un aspetto fondamentale per comprendere come la Compagnia di Gesù pensa il rapporto con il mondo. Gli Esercizi Spirituali aiutano profondamente l'uomo a scegliere e a decidere per la vita nella quotidianità. Questa spiritualità è trinitaria nel senso che si incentra sul Figlio, sul Cristo inviato dal Padre e che la realtà umana dipende da questo invio. Dio non va ricercato in mondi impossibili quanto improbabili. Ignazio propone di scoprire la presenza di Dio in tutte le cose. Si tratta di una spiritualità chiamata a riconoscere Dio nella cultura e nelle culture, nella consapevolezza che in ogni cultura Dio è presente, e allo stesso tempo che ogni cultura è attraversata dalla realtà del peccato. Una spiritualità per il nostro tempo in cui si possa riconciliare il Vangelo con la vita quotidiana delle scelte, in cui sia possibile scoprire come una parola di 2000 anni fa abbia a che vedere con la vita di oggi, con la nostra mentalità e il nostro modo di agire. Occorre discernere, distinguere e Ignazio propone una spiritualità del discernimento, una dinamica del cercare, del trovare e del fare in tutto la volontà di Dio.
Dal riconoscimento di questa esigenza nascono le più diverse risposte sotto le forme di accompagnamento spirituale e di proposta degli Esercizi Spirituali, nello spirito di adattabilità e opportunità che già lo stesso Ignazio prevedeva. Dai tradizionali ritiri in luoghi dove è possibile sostare lontani dai frenetici ritmi della vita quotidiana, ai corsi serali nelle parrocchie e nelle case, dagli Esercizi nella vita corrente alle esperienze di Esercizi in pellegrinaggio in povertà. Vanno anche ricordati gli sforzi per arricchire la tradizione della nostra spiritualità con la riscoperta delle fonti più antiche, come il monachesimo primitivo, ma anche il fecondo confronto con tradizioni spirituali di altre religioni.
Occorre portare la Buona Notizia agli uomini privati della loro umanità e sprofondati nella miseria, ricorda Saverio in una sua lettera. Bisogna annunciare il vangelo, perché, continua Saverio, chi non conosce Dio in Gesù Cristo, che cosa può sapere? I ministeri della cura personalis rimangono per la Compagnia una sfida all'interno dell'inevitabile e crescente istituzionalizzazione dell'educazione e della formazione. Infatti, gli indispensabili cambiamenti sociali passano per la trasformazione delle coscienze e la conversione dei cuori. E proprio il Favre ricorda come volesse essere colui «che soccorre, riscatta, guarisce, libera, arricchisce e fortifica, per recare alle persone non solo in campo spirituale, ma anche - se tale audacia e tale speranza sono permesse in Dio - in modo materiale, tutto ciò che la carità può fare per l'anima e per il corpo di qualunque dei nostri fratelli» (Memoriale, 26.10.1542).
Annunciare il vangelo ai poveri ed eliminare le ingiustizie
Già la Congregazione Generale 32° metteva in risalto questo impegno quando affermava: «sotto il vessillo della croce, nella lotta cruciale del nostro tempo, combattere per la fede, di cui è parte integrante la lotta per la giustizia». Era il 1975, anno cruciali sia da un punto di vista socio-politico che ecclesiale. Il Concilio, solo pochi anni prima, aveva sconvolto gli schemi e indicato nuovi, non sempre facili percorsi. Pur tra difficoltà e incomprensioni, i fermenti gettati da questa profetica visione sono stati sviluppati nell'ultima Congregazione Generale. Si invitano tutti i gesuiti a ricercare il rinnovamento della vita interiore, personale e comunitaria, e a dirigere gli sforzi a scoprire le sfide che il mondo moderno lancia e le occasioni favorevoli che offre.
[47] 19. Oggi ci rendiamo chiaramente conto che:
Non c'è servizio della fede senza:
- promozione della giustizia
- ingresso nelle culture
- apertura ad altre esperienze religiose.
Non c'è promozione della giustizia senza:
- comunicazione della fede
- trasformazione delle culture
- collaborazione con altre tradizioni.
Qualche anno prima, nel 1993, il Padre Generale ricordava, in un convegno sulla pedagogia ignaziana:
Il problema fondamentale è questo: che cosa significa la fede in Dio di fronte alla Bosnia e all'Angola, al Guatemala e a Haiti, alle brulicanti strade di Calcutta? Che cos'è un umanesimo cristiano quando vediamo milioni di persone strappate ai loro paesi dalla persecuzione e dal terrore e costrette a cercare nuova vita in terra straniera? (...) È un umanesimo, una sensibilità umana che deve essere rinnovata di fronte alle esigenze del nostro tempo; e ciò deve essere frutto di un'educazione il cui ideale continua ad essere motivato dai grandi comandamenti: amare Dio e amare il prossimo. In altre parole, l'umanesimo cristiano della fine del ventesimo secolo include un umanesimo sociale, in quanto tale c'è molto in comune con l'ideale delle altre fedi, dando all'amore di Dio un'espressione efficace: la costruzione del Regno di giustizia e di pace di Dio sulla terra.
A questa esigenza rispondono le strutture specifiche che si trovano sparse in tante Province S.I. e primo fra tutti il JRS (Jesuites Refugee Service), voluto 25 anni fa dal padre Pedro Arrupe, precedente Padre Generale, e che si occupa specificamente di chi è costretto a fuggire dal proprio paese per ragioni di guerra o di persecuzione di qualsiasi tipo.
Non è possibile raccontare tutto quello che si fa nella Compagnia in questo campo di frontiera né si tratta di sottolineare la buona azione dei gesuiti nelle diverse parti del mondo, quanto l'impegno della Compagnia nell'affermare che non ci può essere evangelizzazione senza promozione della giustizia. La profondità del legame tra la nostra parola e la nostra azione è testimoniata dai nostri compagni che sono stati uccisi per questo impegno. Come un esempio per tutti, i 5 gesuiti uccisi alla UCA, Università del Centro America del Salvador il 16 novembre 1989 insieme ai loro collaboratori. Ma la lista completa potrebbe essere ben più lunga!
Da ultimo, in questa linea ricordiamo padre Alberto Hurtado, attento al mondo degli ultimi e degli emarginati, recentemente canonizzato da Benedetto XVI, che nel Cile della prima metà del '900 metteva in opera i contenuti delle Congregazione Generali attuali!
Dialogo e apertura verso le religioni non cristiane che con i credenti non cattolici
A proposito del dialogo interreligioso, scrive il Padre Generale:
Non mancano voci autorevoli per dire che un vero dialogo non ha avuto ancora luogo. Certo grazie agli sforzi di Giovanni Paolo II le religioni si incontrano, talvolta si mettono d'accordo come ad Assisi per dire insieme che nessuno può uccidere nel nome di Dio. Si è però sempre più coscienti che nella misura in cui si conoscono le convinzioni religiose degli uni e degli altri, tra le religioni si scava un fossato invalicabile. Si può senz'altro discutere della convivenza civile tra le religioni, ma l'esperienza dimostra che - volenti o nolenti - la fede nella Santissima Trinità è un ostacolo insuperabile a un dialogo più in profondità. Ripeto che ciò non esclude incontri per conoscersi meglio. Però, essendo coscienti dell'impedimento, questi incontri diventano più onesti. Altrimenti si rischia di trattare teologicamente il musulmano come fosse un cristiano d'altra confessione. Un vero dialogo non si può basare sulla facilità del confusionismo in cui indistintamente si mescolano religioni differenti o sull'insidia del relativismo in cui tutte le verità si equivalgono. Seguendo l'insegnamento della Chiesa, il testo della 34° Congregazione Generale incoraggia un dialogo in cui ciascuno, in conformità alla sua fede, si sforza di incontrare l'altro nella sua convinzione religiosa, con la sola preoccupazione di rispettarne la differenza e pur lasciandosi interpellare nella sua ricerca di Dio. Questo Dio è unico, ma non è il medesimo per tutti quelli che credono in lui e questo Dio può ricevere in questa o in quella religione un nome portatore d'esclusione. Per noi cristiani l'amore paterno di Dio, che si estende senza discriminazione a tutta l'umanità e a ciascuno degli uomini, ci spinge a pregare Dio anche per gli altri, sebbene non possiamo, in verità pregare gli uni con gli altri. La ricerca di un vero dialogo esprime il fatto che questo Dio ha voluto aver bisogno di noi per poter salvare tutti nel suo Figlio. Questa difficoltà di giungere a un vero dialogo a livello di fede non esclude il dialogo della vita, in cui tutti gli uomini di buona volontà si incontrano e si aiutano vicendevolmente per costruire un mondo più giusto, più pacifico e più umano per tutti, secondo il desiderio di Dio per l'umanità.
Il Padre Generale mette qui a nudo le contraddizioni e le possibilità del dialogo. Mette in guardia contro certe petizioni di principio che non portano a un vero incontro tra le persone, apre la via a un impegno in quei settori concreti in cui spesso ci si ritrova a lavorare uniti, credenti di diverse religioni e non credenti, e che permettono di far crescere il rispetto e la stima reciproci, elementi fondamentali di ogni vero dialogo.
Impegno diretto per la pace e la riconciliazione
Proprio l'impegno nella costruzione del mondo nuovo così come lo descriveva Peter-Hans Kolvenbach è il luogo di questo fondamentale confronto. Il carisma ignaziano del in actione contemplativus: non possiamo ritenere di incontrare Dio e al tempo stesso essere indifferenti alla sofferenza e alla morte degli ultimi, così come non dobbiamo ridurre la verità dell'uomo alla sua sola dimensione sociale.
Il fatto che la nostra evangelizzazione deve tener conto del rispetto delle coscienze e delle culture, delle esigenze del dialogo e dello sviluppo, delle sfide del pluralismo religioso e dell'indifferenza religiosa, dovrebbe spingerci a condividere il senso dell'urgenza che era presente in Saverio, invece di rassegnarci davanti a un fatto che sembra compiuto: «Noi speriamo in Dio nostro Signore di andare a fare là buon frutto» (28.10.1542). È il migliore servizio che possiamo rendere per contribuire al futuro del nostro mondo. Infatti essere in missione è desiderare e fare in modo che la Buona Notizia, che è il Signore, possa raggiungere e plasmare l'intera umanità in attesa di Lui, che è Verità e Vita. (Peter-Hans Kolvenbach)
Siamo ben consapevoli di aver solo accennato alcuni aspetti dell'odierna missione della Compagnia, manca in questa riflessione ogni riferimento al mondo del laicato, al ruolo della donna in particolare, a cui pure la 34° ha dedicato il decreto 14°; manca un approfondimento sul tema della comunicazione sociale e ancora del problema ecologico. Pensiamo di avere solo lasciato emergere alcuni aspetti del nostro essere nel mondo. Se l'antico motto della Compagnia diceva «per il maggior servizio, lode e gloria del Nome divino» (Cost. {693}), gli angeli sulla capanna di Betlemme ci ricordano che la Gloria di Dio nel cielo è la pace tra gli uomini in terra.