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I santi gesuiti PDF Stampa E-mail
Se la santità è l'espressione massima dell'umano, è bello vedere come nessun santo rassomiglia ad un altro. L'amore folle di Dio ha fatto in ciascuno di loro una Creazione nuova. Variegatissima. Nelle loro vite la Parola continua a farsi carne, a dirsi con tutte le tinte dell'umano.

6 aprile - 27 maggio 2006 

Sentire con gli occhi.

L'arte della Compagnia di Gesù:

annuncio di fede e promozione della giustizia 
 

Sezione 1

I santi gesuiti  

Testo in catalogo di:

Jean-Paul Hernandez S.I.

Numerosissimi sono i santi e beati che costellano la storia della Compagnia di Gesù. La più recente canonizzazione risale a novembre scorso: Alberto Hurtado (santo sociale del Cile, morto nel 1952). Se i primi gesuiti decisero di chiamarsi compagni di Gesù (e non ignighisti o ignaziani) è perché volevano sottolineare il loro intimo legame con la persona concreta di Cristo. Essi volevano con Lui mangiare lo stesso pane (cum-panis), nutrirsi dello stesso stile di vita. Ignazio scriverà nelle Costituzioni dell'Ordine: «spinti dal desiderio di rassomigliare e d'imitare in qualche modo il nostro Creatore e Signore Cristo Gesù» (Esame generale, n. 44). Quattro santi gesuiti hanno marcato particolarmente la tradizione iconografica: Ignazio, Francesco Saverio, Stanislao Kostka e Luigi Gonzaga.

Nell'opera esposta, sant'Ignazio (1491-1556) è rappresentato con gli abiti sacerdotali. Anche se la Compagnia conta numerosi fratelli (gesuiti non preti), essa è nel suo carattere un Ordine sacerdotale. Il documento fondazionale (Formula dell'Istituto) ne elenca gli strumenti privilegiati: «pubbliche predicazioni, conferenze ed ogni altro servizio della parola di Dio, gli Esercizi spirituali, l'insegnamento della verità cristiana ai fanciulli e ai rozzi, e la consolazione spirituale dei credenti, con l'ascoltarne le confessioni e con l'amministrazione degli altri sacramenti» (Formula dell'Istituto, 1). Ma il dipinto rappresenta nella parte inferiore non tanto devoti ascoltatori di conferenze quanto bisognosi e malati. Forse anche un bambino morto. La stessa Formula dell'Istituto prosegue invitando a riconciliare i dissidenti, a soccorrere e servire piamente quelli che sono in carcere e negli ospedali, e a compiere, in assoluta gratuità, tutte le altre opere di carità (Formula dell'Istituto, 1). Capiamo perché i paramenti sacerdotali sono qua in rosso, colore liturgico del martirio. Essi riprendono il rosso della figura femminile e descrivono il servizio agli ultimi come forma di martyrion, cioè di testimonianza massima. Nel sacramento dell'altare e nella sua vita da povero pellegrino il prete Ignazio trasforma il sangue dei poveri in sangue di Cristo. Sul libro aperto leggiamo il lemma della Compagnia: ad maiorem Dei gloriam (per la maggior gloria di Dio). Per i gesuiti, come già per i Padri della Chiesa, la gloria di Dio è l'uomo in piedi. Perciò il movimento del dipinto è ascensionale (sguardi, mano destra di Ignazio, gesto del povero di schiena che si alza). Aiutando l'uomo ad alzarsi (verbo biblico della risurrezione) il gesuita desidera essere «collaboratore della missione di Cristo». I documenti recenti dell'Ordine hanno nuovamente esplicitato quanto questa missione si compia «nella promozione della giustizia del Regno».

L'opera che rappresenta san Francesco Saverio (1506-1552) evoca il momento della sua morte, di fronte al suo sogno non raggiunto: le coste cinesi. L'instancabile missionario (uno dei primi europei ad attraversare il Giappone) muore consumato dal fuoco che brucia nel suo petto. Riconosciamo ai suoi piedi il bastone del pellegrino e il Vangelo che egli ha portato fino ai confini della terra. Saverio, uomo di grandi passioni, muore abbracciato alla Passione che ha voluto imitare: la Croce di Colui che ha dato tutto.

Le altre due opere esposte in questa sezione corrispondono a santi della seconda generazione dell'Ordine. Carlo Maratta dipinge Stanislao Kostka (1550-1568) sottolineando i piedi di Gesù. Il piccolo dipinto è probabilmente un bozzetto preparatorio della pala d'altare della Cappella di san Stanislao a Sant'Andrea al Quirinale di Roma. Il polacco diciassettenne era venuto a piedi da Vienna a Roma per fuggire da suo padre ed entrare nella Compagnia, dove morirà novizio nove mesi dopo.

Il medaglione di Gian Bettino Cignaroli rappresenta il nobile Luigi Gonzaga (1568-1591), morto a Roma ancora studente di teologia. Era stato contagiato nell'assistere le vittime della peste.  

Fanno parte della sezione le seguenti opere:

1. Giovan Battista Tagliasacchi (1695-1737), Gloria di sant'Ignazio, olio su tela, cm 262x170

2. Clemente Ruta (1685-1767), Morte di san Francesco Saverio, olio su tela, cm230x170

3. Carlo Maratta (1625-1713), attr., Apparizione della Vergine a san Stanislao, olio su tela,  cm 72x48

4. Gian Bettino Cignaroli (1706-1770), san Luigi Gonzaga, olio su tela, cm 90x72

 
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(C) 2008 Ignatius Xavier - Anno Saveriano 2006 - San Francesco Saverio
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