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Lettera n.55, ai Compagni residenti in Europa (Amboina, 10 maggio 1546) PDF Stampa E-mail
Durante questo viaggio dal Capo di Comorín fino a Malacca e alle Molucche mi sono trovato in molti pericoli, sia per le tempeste del mare sia per i nemici: soprattutto una volta, mentre ero su una nave di 400 tonnellate, navigammo con il vento forte per più di una lega, toccando sempre col timone sul fondale. Se durante tutto questo tempo urtavamo negli scogli la nave si sfasciava mentre se trovavamo meno acqua da una parte che non dall’altra restavamo in secca: fu allora che io vidi molte lacrime su quella nave. Dio N.S. volle provarci con questi pericoli e farci comprendere quel che valiamo se speriamo nelle nostre forze o confidiamo nelle creature, e quanto, invece, se ci liberiamo da queste false speranze senza riporre in esse alcuna fiducia, ma sperando solo nel Creatore di tutte le cose, la cui mano ha il potere di renderci forti quando i pericoli sono ricevuti per il Suo amore. E coloro che trovandosi nei pericoli li ricevono solo per suo amore, sanno per certo che tutto l’universo obbedisce al Creatore e comprendono chiaramente che nel momento in cui l’uomo dovesse terminare i suoi giorni, sono maggiori le consolazioni che non il timore della morte. E quando sono finiti i travagli e cessati i pericoli, l’uomo non sa raccontare né scrivere ciò che ha provato mentre si trovava in mezzo ad essi, anche se conserva impressa la memoria del passato in modo da non stancarsi di servire nel presente come nel futuro un Signore tanto buono, sperando inoltre che Egli, per la Sua misericordia senza fine, gli conceda le forze per servirLo.
Cfr. Cost Proemio, 134; X, 812.814.

 
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