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Lettera n.20, ai Compagni residenti in Roma (Cochin, 15 gennaio 1544 PDF Stampa E-mail
In questi luoghi molti trascurano di farsi cristiani non avendo persone che si occupino di cose tanto pie e sante. Molte volte sono scosso dal pensiero di andare nelle Università dalle vostre parti, gridando come un uomo che abbia perduto il senno e soprattutto nell’università di Parigi, dicendo a tutti quelli della Sorbona, che hanno più scienza che non voglia di farla fruttificare: «quante anime non possono andare in paradiso e vanno all’inferno per la vostra negligenza!». E se studiando le scienze, essi meditassero sul conto che Dio nostro Signore chiederà di loro stessi e del talento loro concesso, molti si smuoverebbero, ricorrendo a quei mezzi e a quegli Esercizi Spirituali che fanno conoscere e sentire dentro le proprie anime la volontà divina e così, uniformandosi ad essa più che non alle proprie inclinazioni, direbbero: «Signore, sono qui, cosa vuoi che io faccia? Mandami dove vuoi e, se è necessario, anche fra gli indiani». Con quanta maggiore consolazione essi vivrebbero e con quale grande speranza nella misericordia divina se, nell’ora della morte, si presentassero al giudizio particolare, dal quale nessuno può sfuggire, adducendo in loro favore: «Signore, mi hai dato cinque talenti, ed ecco che ne ho guadagnati altri cinque!». Io temo che molti di coloro che studiano nelle Università si applichino più per ottenere mediante lo studio cariche, benefici e vescovati, che non per il desiderio di conformarsi a quelle necessità che le cariche e lo stato ecclesiastico richiedono. Coloro che studiano hanno l’abitudine di dire: «Desidero conoscere le lettere per ottenere in tal modo qualche beneficio e carica ecclesiastica e poi, una volta ottenuta tale dignità, servire Dio». Di conseguenza fanno le loro elezioni seguendo le loro disordinate inclinazioni e temendo che Dio non voglia ciò che essi vogliono, in quanto le loro disordinate tendenze non consentono di lasciare tale elezione alla volontà di Dio nostro Signore. Io fui quasi spinto a scrivere all’Università di Parigi o almeno al nostro Maestro De Cornibus e al Dottor Picardo, che infinite migliaia di pagani si convertirebbero se vi fossero gli operai, in modo da sollecitarli nel rintracciare e favorire quelle persone che cercano non il proprio vantaggio, ma quello di Gesù Cristo. Nella terra in cui vado è così grande la moltitudine di coloro che si convertono alla fede di Cristo, che molto spesso mi accade di avere le braccia stanche di battezzare, e di non poter più parlare per aver recitato tante volte il Credo e i comandamenti nella loro lingua e con il quale spiego che cosa vuol dire cristiano, cos’è il paradiso e che cosa è l’inferno e chi sono coloro che vanno in un luogo oppure nell’altro. Più di ogni altra orazione recito loro molte volte il Credo e i comandamenti: vi sono dei giorni che battezzo tutto un villaggio e nella Costa dove vado vi sono trenta villaggi di cristiani.”
Cfr. Cost IV, XI, 440; IV, XII, 446.

 
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(C) 2009 Ignatius Xavier - Anno Saveriano 2006 - San Francesco Saverio
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