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Lettera n.15, ai Compagni residenti in Roma (Goa, 20 settembre 1542) PDF Stampa E-mail
I disagi di una così lunga navigazione, la preoccupazione delle molte infermità spirituali, non potendo un uomo curare le proprie, la dimora in una terra tanto soggetta a peccati di idolatria e così difficile da abitare per il gran caldo che vi è in essa,
sono tutti disagi che, se si accettano per Colui per il quale dobbiamo prenderli, costituiscono un grande refrigerio e materia di molte e grandi consolazioni. Credo che coloro i quali gustano la croce di Cristo nostro Signore, si riposino giungendo a queste tribolazioni e muoiano quando da esse fuggano o se ne trovino fuori. È peggio della morte vivere, lasciando il Cristo, dopo averLo conosciuto, per seguire le proprie opinioni o inclinazioni! Non vi è una pena uguale a questa. E al contrario, quale riposo vivere morendo ogni giorno, per andare contro il nostro proprio volere, cercando «non quae nostra sunt, sed quae Jesu Christi»! […] Prima di avere una risposta, spero in Nostro Signore che mi siano rese manifeste dalle vostre lettere tutte le mancanze che avrò compiuto in questo frattempo e che io possa in futuro emendarmene. Frattanto, per i meriti della santa madre Chiesa, in cui ho riposto la mia speranza e della quale voi siete membri vivi, confido che Cristo nostro Signore mi faccia capire e concedere la grazia di servirsi di questo mio inutile strumento per stabilire la Sua fede fra i pagani. Infatti, se la Sua Maestà si servisse di me, sarebbe una grande umiliazione per coloro che valgono tanto e accrescerebbe le forze di coloro che sono pusillanimi, nel vedere come io – pur essendo polvere e cenere, e anche della qualità più spregevole – sia un valido testimone della necessità qua esistente di operai. Inoltre io sarei il perpetuo servo di tutti coloro che desiderassero venire da queste parti «per lavorare nella vastissima vigna del Signore».
Cfr. Cost VIII, I, 655.671.673.

 
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