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ROMA - Nel 1538 Francesco lascia Bologna e parte per Roma,
a piedi, febbricitante e in povertà.
Missionario in India
Nel 1538 Francesco lascia Bologna e parte per Roma,
a piedi, febbricitante e in povertà. Si unisce ai suoi
confratelli e insieme decidono di dar vita a un nuovo Istituto,
legandosi con i tre voti di povertà, castità e
ubbidienza. Poi eleggono il superiore, votando unanimemente per
Ignazio.
Nell’abbozzo delle loro decisioni (o "Formula
dell’Istituto") veniva introdotta una novità: I Professi
aggiungevano ai tre voti soliti un quarto voto di ubbidienza al Papa.
Ci si obbligava a ubbidire senza scuse e tergiversazioni "sia che
ci mandino tra i Turchi sia tra quelli che dimorano nelle regioni
chiamate le Indie, oppure tra gli eretici e gli scismatici di ogni
condizione, o altrove". E a Francesco Saverio si presenta subito
l’occasione di mettere in atto il quarto voto.
Il Re del Portogallo, Giovanni III, tramite
il suo ambasciatore Don Pedro Mascarenhas, aveva chiesto al Papa e a
Ignazio qualche missionario per le Indie Orientali, e si era convenuto
che sarebbero partiti i Padri Rodriguez e un altro compagno di nome
Bobadilla, che allora si trovava a Napoli. Quest’ultimo arriva a Roma
febbricitante, per cui non gli è possibile partire subito per il
Portogallo con l’ambasciatore. Ignazio allora chiama Francesco Saverio
e gli fa presente il desiderio del Papa. Risposta di Saverio: "Pues,
sus, hème aqui" (Bene, eccomi qui).
Il 15 marzo del 1540 parte con
l’Ambasciatore, salutando per l’ultima volta il suo Padre Ignazio, che
non avrebbe visto mai più. Nel viaggio, a Bologna, Francesco
riceve una lettera di Ignazio e così risponde: "Nostro
Signore sa con quanta gioia e con quale conforto l’ho letta. In questo
mondo, penso, non ci incontreremo più, se non per lettera; ma
nell’altro ci rivedremo faccia a faccia, con profonde effusioni di
amicizia".
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Immagine di S.Francesco Saverio
appartenuta a S.Teresa di Lisieux
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Il viaggio per Lisbona dura tre mesi. Qui il
Saverio incontra il compagno P.Rodriguez e ambedue, in attesa di
partire, lavorano apostolicamente in città. Il Re, notando il
bene che essi operano, chiede al Papa e ad Ignazio di trattenere a
Lisbona i due Padri e di sostituirli con altri. Si addiviene a un
compromesso e chi parte per le Indie è solo Francesco Saverio,
al quale da Roma giunge il breve papale, che lo nomina "Legato
pontificio". Il 7 aprile del 1541 la flotta salpa da Lisbona
per le Indie e lo stesso giorno Francesco ricorda il suo 35°
compleanno.
A quei tempi intraprendere un viaggio così
lungo per mare voleva dire affrontare pericoli e malattie, soffrire
fame e sete, freddo e caldo, sfidare tempeste e improvvise "bonacce"
che immobilizzavano le navi anche a lungo. Dopo dieci mesi le
navi giungono a Mozambico, dove sostano per sei mesi e dove lo
zelo de Saverio non conosce soste. Il medico di bordo, Dott. Cosimo
Sarajva, così deporrà all’inizio del processo di
canonizzazione: "Si occupava personalmente di tutti gli infelici,
li curava e ascoltava le loro confessioni. Non si concedeva riposo
alcuno. E faceva tutto quanto con grande gioia: ciascuno di noi lo
considerava un santo; e questa è pure la mia opinione".
Ripreso il viaggio, finalmente, dopo un anno e due
mesi, il 6 maggio del 1542, Francesco sbarca a Goa,
capitale dell’impero delle Indie Orientali.
Goa era una città ricca di splendidi
monumenti, tra cui una bellissima cattedrale, e da qui i Portoghesi
dominavano un immenso impero coloniale, che si estendeva dalle Americhe
alle Indie Orientali. Era il territorio che si apriva all’apostolato
del nuovo Legato Pontificio.
Vescovo della diocesi era Mons. Giovanni
Albuquerque, francescano, uomo di grande pietà e zelo
apostolico. Francesco Saverio gli si presenta, munito delle sue
prerogative di inviato del Papa e del Re di Portogallo, ma – come
scrive il gesuita P.Texeira – "si rimetteva nelle mani di sua
Eccellenza e nulla avrebbe fatto senza la sua approvazione… Non
intendeva utilizzare le sue facoltà, senza prima accordarsi col
Vescovo. Questi, uomo molto pio, vedendo tanta umiltà e
obbedienza, lo abbracciò con grande amore, dicendogli… di
utilizzare tutti i poteri, secondo le intenzioni di Sua Santità".
Francesco rifiuta cortesemente l'alloggio offertogli
nell’episcopato e si ritira presso l’ospedale per soccorrere
più agevolmente gli ammalati. Gira per le strade e le piazze con
un campanello, raduna i fedeli, li conduce in chiesa e qui predica e li
istruisce. Trascorre le domeniche con i lebbrosi, visita i carcerati
e i poveri e si prodiga per l’erezione di un collegio per
l’educazione della gioventù e la formazione dei cristiani.
E’ il collegio di Santa Fede, di cui scrive al suo Padre
Ignazio: "Di tutte le iniziative, è la più
necessaria, ed ogni giorno di più si rivela indispensabile… Da
questa casa usciranno uomini che, piacendo a Dio, accresceranno il
numero dei cristiani".
Dopo cinque mesi di permanenza a Goa, Francesco
parte per Capo Comorin, la terra dei pescatori di perle. Prima
di lui alcuni sacerdoti vi avevano portato il cristianesimo e avevano
battezzato circa 20.000 pescatori, ma di cristianesimo questi avevano
solo il battesimo. Erano poverissimi, sparsi in numerosi villaggi e
conducevano una vita di stenti.
Il Saverio vi ritorna altre tredici volte: visita
tutti i villaggi, raduna i bambini, i giovani e gli adulti per
istruirli, visita e cura i malati, aiuta i più poveri, edifica
cappelle e amministra i sacramenti. Scrive al Padre Ignazio: "Quando
sbarcai in questi luoghi, battezzai tutti i fanciulli che ancora non
erano stati battezzati, e quindi un gran numero di ragazzi, che non
sapevano neppure distinguere la destra dalla sinistra… Mi assediava una
folla di giovani, tanto che non riuscivo più a trovare il tempo
per dire l’Ufficio, né per mangiare, né per dormire;
chiedevano insistentemente che insegnassi loro nuove preghiere.
Cominciai a capire che a loro appartiene il regno dei cieli". E
ancora scrive: "Battezzai i principali abitanti del luogo con le
loro famiglie, poi il resto del popolo, giovani e vecchi. Poi continuai
il viaggio verso Tuticorin, dove fui ricevuto, con i compagni, con
molta carità".
Lavora in quelle terre per due anni, dove con
l’aiuto di alcuni interpreti si sforza di apprendere la lingua, traduce
preghiere, visita le comunità cercando di allontanarle
dall’idolatria, ha particolare cura degli ammalati. Le conversioni
operate, con l’aiuto dei catechisti, sono innumerevoli, e sappiamo che
in un solo mese converte e battezza circa 10.000 persone. I biografi
parlano anche di prodigi ottenuti con le sue preghiere: migliaia di
guarigioni e persino il ritorno in vita di alcuni defunti.
E’ difficile seguire Francesco nelle sue
peregrinazioni, spinto sempre dal desiderio di aiutare tutti e di
convertirli. Va tra i cristiani della Pescheria, puniti dai pirati di
Tutocorin per la loro conversione al cattolicesimo, affronta viaggi
impossibili soprattutto per le tempeste, rischia naufragi, cammina
giorni interi a piedi, prega sulla tomba di S. Tommaso a San
Tomé. Qui matura il proposito di andare a Malacca,
città commerciale nell’arcipelago della Malesia e vi
giunge dopo un fortunoso viaggio di circa un mese.
Egli stesso scrive che la piccola nave "continuamente
rischiava di andare in fondo al mare. Se avessimo urtato una roccia,
l’imbarcazione sarebbe andata in pezzi; se, anche in un sol punto la
profondità fosse diminuita, ci saremmo incagliati". A
Malacca rimane tre mesi, lavorando indefessamente, e nei primi giorni
del 1545 s’imbarca per Amboina, costeggia l’Indocina e l’isola
di Giava e dopo un mese e mezzo di navigazione giunge a destinazione.
Visita i sette villaggi di cristiani e battezza i bambini che non
avevano ancora ricevuto il battesimo.
Da Amboina scrive lettere stupende, piene di ardore
e di zelo apostolico e manifesta l’idea di partire per la costa del
Moro, lontana 130 leghe e abitata dai cacciatori di teste. "L’isola
del Moro – scrive – è un luogo molto pericoloso,
poiché gli indigeni sono malvagi e mettono diversi veleni nel
cibo e nelle bevande. Per questa ragione coloro che avrebbero dovuto
vegliare su questi cristiani abbandonati hanno smesso di farlo". Anche
qui il suo zelo è straordinario, e dopo tre mesi riparte per
visitare i luoghi dov’era stato prima, per risvegliare la fede e
incoraggiare i cristiani. |